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Fregio Robbiano "Alloggiare i Pellegrini" - Ospedale del Ceppo di Pistoia

31 luglio 2018

Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago.






L’autrice propone il diario del suo pellegrinaggio verso Santiago di Compostela, fatto tra i mesi di giugno e luglio 2007, insieme al figlio di otto anni. Passo dopo passo! Ben presto il percorso diventa metafora della vita, metafora di quel “viaggio interiore” che l’autrice sente di compiere: l’animo si alleggerisce, la gratitudine sgorga dal cuore, le troppe cose perdono attrattiva e una forza sconosciuta cresce dentro. Il Cammino è la scoperta di se stessi.







Elisabetta è una ragazza di Verona che nel 2007 decide di intraprendere il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela insieme al suo bambino di otto anni, Johann. Nel libro racconta la storia di questa avventura straordinaria vissuta con semplicità e gratitudine per ogni cosa, bella o brutta, affidando ogni suo passo ed ogni passo del suo bambino a Él de arriba. Per chi come me è stato sul Cammino, è una storia in cui si racconta, attraverso delle fotografie, di posti che si conoscono, di luoghi in cui ci si è fermati, in cui abbiamo mangiato, dormito, pianto per il dolore o sorriso per un fiore nel campo. Un racconto in cui conosci già i luoghi in cui i due protagonisti stanno per arrivare prima ancora che lo sappiano loro e mentre lo leggi vorresti urlargli i tuoi consigli: attenta, prendi l’acqua che per un pò non la troverai! oppure: metti quei piedini nell’acqua fresca, non fargli venire le vesciche! non fermarti in quell’albergue, tira avanti! Insomma davvero qualche cosa di coinvolgente. Ma anche per chi non sa neppure che cosa sia il Cammino di Santiago penso che possa essere bellissimo leggere del rapporto tra questa madre ed il suo bambino, un rapporto di gratuità totale. E poi ci sono tutti gli elementi in cui ogni pellegrino potrà riconoscersi e che forse sono gli aspetti che attirano tutti gli altri su questo mistico percorso. Ci sono gli amici (angeli) che si trovano lungo la strada e poi si perdono per ritrovarsi più avanti, o forse mai più (come nella vita). C’è la zavorra che ci trasciniamo sulle spalle, tutto ciò che ci sembra indispensabile e che dopo due soli giorni di cammino diventa un pacco da rispedire a casa o regalare a chissà chi. C’è la natura in cui si cammina che ci fa sentire dei disadattati ogni volta che si rimette piede in una città, la natura che ci fa essere parte di essa e che ci sembra il dono più bello che "Qualcuno" potesse farci. “…Poi, l’obiettivo indugia su un’esile pianta d’avena selvatica, cresciuta sul ciglio della strada, e ritrae un istante di pura bellezza: la perfetta composizione del fusto sottile e dei rami delicati, le spighette appese come fragili decorazioni, il contrasto tra il suo brillante colore smeraldino e l’oro del campo sullo sfondo. Ci sono la fatica ed il dolore fisico, lo zaino sembra più pesante oggi e la fatica della recente salita mi appesantisce le gambe. Però io amo questo cammino, ne amo ogni singolo passo, ogni pietra, ogni spiga di grano. Non rinuncerei a niente, a nessun grammo di fatica, a nessun sassolino. È il nostro Cammino, ci aspetta”. E poi c’è la meta finale, anche se la vera meta è il cammino stesso. Insomma un libro non solo ad uso dei pellegrini, ma, come si augura Elisabetta nella prefazione, per tutti. E poi, se è vero che si diventa pellegrini nel momento stesso in cui si pensa di voler fare il Cammino, molti di coloro che lo leggeranno entreranno immediatamente nella schiera de los peregrinos de Santiago de Compostela.
Aggiungo infine che ho letteralmente divorato questo libro, ho letto ogni pagina con grande amore e ammirazione per il coraggio di Elisabetta, e di simpatia e di tenerezza per Johann. 
“El camino es la vida”
Ultreya!

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